Articoli filtrati per data: Dicembre 2023

Macchi M.5 - Kit Thetis Model - Scala 1/144

251^ Squadriglia di base sull'idroscalo di Sant'Andea a Venezia, nell'estate del 1917.

Il Macchi M.5 fu un idrocaccia monomotore monoposto italiano costruito dalla Società Anonima Nieuport-Macchi, poi Aeronautica Macchi, a Varese. Era estremamente manovrabile ed agile e ha uguagliato gli aerei non idrovolanti nei combattimenti.
Gli M.5 furono utilizzati da cinque squadroni pattugliatori marittimi come combattenti o come scorta per i convogli, e alcune volte furono imbarcati sulla nave appoggio idrovolanti Giuseppe Miraglia. La 251ª Squadriglia inizia a riceverli dal settembre 1917 come anche la 253ª Squadriglia, la 259ª Squadriglia e la 258ª Squadriglia impiegati dal pontile di Valona sulla Europa (nave appoggio idrovolanti).

  

  

 La 255ª Squadriglia inizia a riceverli nel novembre 1917 ed al 1º gennaio 1918 ne ha 8. La 260ª Squadriglia nasce sugli M.5 nel novembre 1917, la 263ª Squadriglia nasce con 2 esemplari il 10 novembre 1917 e nel marzo 1918 ne ha 6, la 261ª Squadriglia ai primi di dicembre 1917 e la 254ª Squadriglia al 1º gennaio 1918 ne ha 4. La 262ª Squadriglia nasce alla fine dell'inverno 1918 sugli M.5 e la 256ª Squadriglia inizia a riceverli nei primi mesi del 1918 ed al 1º settembre ne ha 10. La 264ª Squadriglia al 1º giugno 1918 ne ha 4, la 13ª Sezione FBA del Porto di Napoli al 1º giugno 1918 ne ha 2 e la 101ª Squadriglia al 4 novembre 1918 ne ha 5. Verso la fine della prima guerra mondiale, questi idrovolanti furono utilizzati sia dalla United States Navy sia dalla United States Marine Corps. La 263ª Squadriglia di Porto Corsini dal 24 luglio 1918 diventa U.S. Naval Air Station. L'aspirante Charles Hazzaline Hammann, che ottenne la prima Medal of Honor data a un aviatore della marina statunitense, prestò servizio su un M.5. La 307ª Squadriglia è attiva dal 30 novembre 1918 con 12 M.5.

Nel 1923, quando la Regia Aeronautica venne istituita, 65 M.5 erano ancora in servizio, anche se furono tutti demoliti negli anni successivi.

  

  

Buon Modellismo a Tutti

Luca Zampieri "Zampy"

Legionario romano - Kit Andrea Model - Scala 54 mm

Legionario romano con pilum del I sec. D.c.

Armati di scutum e pilum, i legionari potevano gettare nello scompiglio qualunque schieramento nemico. Soprattutto questo tipo il giavellotto, arma da lancio dagli effetti mortali, era in grado di fare la differenza sul campo di battaglia.
Assieme al gladio, il pilum era l’arma più tipica (e terribile) dei legionari. Di origine sannitica o sabellica (lo scrive Virgilio nell’Eneide), era un giavellotto usato nei combattimenti a breve distanza, di peso variabile, che probabilmente veniva scagliato quando l’avversario si trovava a non più di 10 metri di distanza. Come si desume dalle testimonianze archeologiche, ne esistevano di diverse lunghezze, da 1,5 a quasi 2 m. La caratteristica che li accomunava tutti era la punta di ferro dolce, fatta per penetrare gli scudi dei nemici e raggiungere il corpo dell’avversario.

  

  

In genere, il lancio dei pila precedeva il combattimento corpo a corpo e creava notevole scompiglio fra le file nemiche, sia per i motivi spiegati sopra, sia per le vittime che provocava. Mentre l’avversario era disorientato, i legionari si lanciavano contro di esso, avendone spesso la meglio, come dimostra anche un passo di Plutarco: «I Romani lanciarono i giavellotti contro i Galli; i loro scudi furono perforati e appesantiti dai giavellotti. Allora abbandonarono le proprie armi e cercarono di strapparle al nemico, tentando di deviare i giavellotti afferrandoli con le mani». Il fatto che la punta del pilum si piegasse aveva anche il vantaggio di renderlo inservibile al nemico, che non poteva rilanciarlo contro lo schieramento romano. Quest’arma risultò spesso vincente, soprattutto in epoca repubblicana, quando i Romani si trovarono ad affrontare avversari come i Galli, i cui fanti combattevano con protezioni del corpo molto leggere o del tutto inesistenti. Venivano prodotti anche pila con la punta appesantita da una sfera di piombo, che rendeva il colpo ancora più micidiale, e non è escluso che l’arma venisse utilizzata anche nei combattimenti ravvicinati. In epoca imperiale, con la diffusione di armature personali decisamente più robuste e con il variare delle tecniche belliche, il pilum cadde in disuso.

  

  

Buon Modellismo a Tutti

Andrea Masiero

Chevrolet C10 Stepside - Kit Revell - Scala 1/24

Chevrolet C10 Stepside del 1965

  

  

  

  

  

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Francesco Caccese "Longman"

 

Reggiane RE.2001 Falco II - Kit Supermodel - Scala 1/72

Re.2001 MM.7214 della 152^ Squadriglia del 2° Gruppo Autonomo CT pilotato dal Capitano Salvatore Teja, di base in Sicilia nel 1942.

Il Reggiane Re.2001, noto anche, non ufficialmente, come "Falco II", era un aereo da caccia monomotore, monoplano e monoposto prodotto dall'italiana Officine Meccaniche Reggiane (controllata dalla Caproni) all'inizio degli anni quaranta.
Sviluppato dal Reggiane Re.2000 "Falco", ne rappresentava l'evoluzione con un più potente motore a V. Costruito in 237 esemplari, venne impiegato dalla Regia Aeronautica nel teatro del Mediterraneo durante la seconda guerra mondiale, soprattutto su Malta, con diversi ruoli quali intercettore, cacciabombardiere e caccia notturno.

  

Il primo prototipo (MM.409) venne portato in volo per la prima volta fra il 22 e il 24 giugno 1940 dal pilota Mario de Bernardi, già vincitore della Coppa Schneider, all'aeroporto di Reggio Emilia, città dove avevano sede le Officine Meccaniche Reggiane, di proprietà della Caproni. Il velivolo passò quindi al tenente colonnello Pietro Scapinelli, che compì diciassette voli dal 25 luglio al 28 agosto, prima che la macchina venisse trasferita a settembre a Guidonia per le prove comparative.

  

Il 31 ottobre 1940, dopo un piccolo ordine alla Reggiane di dieci Re.2001 per accelerare le prove tecniche (la cosiddetta "Serie Zero"), di cui fece parte, tra l'altro, il velivolo che nel marzo 1943 sganciò una sperimentale bomba propulsa da ossigeno liquido, che tuttavia non esplose), vennero ordinati duecento esemplari alla Reggiane, cento alla fabbrica Caproni di Taliedo e cinquanta (aumentati poi a cento) a quelle di Predappio. I velivoli, che avrebbero inglobato tutte le modifiche apportate ai due prototipi eccetto il ruotino di coda, ora fisso, avrebbero avuto come propulsore un Alfa Romeo RA 1000 RC.41, versione del Daimler-Benz DB 601 prodotta su licenza.
Il primo Re.2001 Serie Zero venne spedito alla Regia Aeronautica nel maggio 1941 e l'ultimo in settembre, quando era in spedizione il primo esemplare della "Serie I". Considerate le difficoltà di produzione, la Regia Aeronautica cancellò l'ordine alle fabbriche di Taliedo e alla Breda, cui nel frattempo si era appoggiata la Caproni, mentre l'ordine alla Reggiane venne diminuito di cento unità (gli aerei che scaturirono da questo ordine sono inquadrati dalle fonti nella Serie I) e quello fatto alle fabbriche di Predappio ridotto a dieci aerei. Per la fine del 1941 la Regia Aeronautica aveva ricevuto solo i dieci esemplari della Serie Zero più altri ventisette della Serie I.

  

  

Nel frattempo, nel dicembre 1941, il Ministero dell'Aria aveva modificato l'ordine dei cento Re.2001 fatto alla Reggiane: trentanove aerei avrebbero dovuto ospitare un aggancio ventrale per una bomba da 250 kg, due dovevano essere attrezzati per il lancio dalle navi tramite una catapulta, e dodici avrebbero dovuto essere equipaggiati con ganci d'arresto per impiegarli nelle portaerei Aquila e Sparviero, che tuttavia non entrarono mai in servizio. Alcuni dei trentanove cacciabombardieri, designati Re.2001CB (CacciaBombardiere), vennero testati con bombe speciali, o con siluri, insieme ad un sistema che correlava il passo dell'elica con i comandi motore, compiendo anche voli di prova ospitando uno speciale attacco ventrale per una bomba da 250 kg. I dodici aerei per le portaerei più i due "catapultabili" vennero completati, e l'entusiasmo fu tale che il Ministero dell'Aeronautica ordinò cinquanta Re.2001OR (Organizzazione Roma) nella versione imbarcata, le cui uniche differenze rispetto al progetto originale erano il gancio d'appontaggio e la predisposizione ad essere lanciati dalle catapulte.
Mentre erano in costruzione i primi Re.2001OR il Ministero dell'Aeronautica chiese di adattare l'aereo per la caccia notturna. Il progetto del Re.2001CN (Caccia Notturna) prevedeva scarichi antifiamma e una gondola sotto ogni ala, ciascuna dotata di un cannone Mauser da 20 mm con sessanta colpi. Vennero eliminate le mitragliatrici da 7,7 mm nelle ali. Ne vennero ordinati duecento, ma in totale se ne costruirono solo settantaquattro prima che l'annuncio dell'armistizio di Cassibile ponesse fine ad ogni lavoro.

  

  

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Roberto Cimarosti "Cima"

Boeing F/A-18F Super Hornet - Hasegawa - Scala 1/72

VFA-213 "BlacK Lions" di base sulla NAS Oceana durante il 2009

Il Boeing F/A-18 Super Hornet, inizialmente conosciuto come McDonnell Douglas F/A-18 Super Hornet, è un caccia bimotore imbarcato multiruolo basato sul McDonnell Douglas F/A-18 Hornet prodotto dalla Boeing. È una versione ingrandita e avanzata dell'F/A-18C e D dell'Hornet, rispettivamente F/A-18E (monoposto) e F/A-18F (biposto).

  

Queste versioni, sono entrate in produzione dal 1995, e sono in servizio dal 1999. I cambiamenti sono molti, a partire dalla superficie dell'airframe ingrandita del 25%, prese d'aria più larghe e rettangolari, l'ingrandimento degli slat sulla parte ripiegabile delle ali e i nuovi motori F414, variante finale dei tradizionali F404. Inoltre i Super Hornet hanno subito variazioni anche nelle avioniche, sostituendo il tastierino dell'UFC con un quarto display multifunzione touch screen, sostituendo il vecchio pannello IFEI (Integrated Fuel/Engine Indicator) con un altro display e cambiando disposizioni di alcuni pannelli e tasti, come il pannello della guerra elettronica, il pannello dell'RWR, il selettore di ripiegatura delle ali, l'aggiornamento del pannello delle luci esterne e la sostituzione dei già presenti display multifunzione . Come la vecchia variante F/A-18D, la più aggiornata F/A-18F ha la possibilità di portare nel cockpit posteriore, al posto di un istruttore, un addetto ai sistemi d'arma.

  

  

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Francesco Sfriso "Kekko"

Pz.Kpfw I Ausf.C - Kit Hobby Boss - Scala 1/35

Francia 1940

La Panzerkampfwagen I Ausf. C, noto anche come nome del prototipo VK 6.01, era un carro leggero tedesco della Seconda Guerra Mondiale. Sebbene il Panzer I Ausf. C venne formalmente designato come una modifica del Panzer I, ma in realtà era un veicolo completamente nuovo. Questa variante ha poca somiglianza con il precedenti varianti Ausf. A e B: una delle principali distinzioni è l'uso delle ruote interlacciate Schachtellaufwerk che furono utilizzate in molti carri armati tedeschi successivi durante la guerra.

  

  

  

Lo sviluppo del Panzer I Ausf.C, venne avviato nell'autunno del 1939 da Krauss-Maffei e Daimler-Benz su istruzioni della Wehrmacht per creare un carro armato leggero. Da luglio a dicembre 1942, venne prodotti ulteriori 40 Panzer I Ausf. C (numeri di serie 150101 - 150140), inclusi 6 prototipi. Due carri armati furono schierati nella I Panzer Division.

  

  

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Luca Zampieri "Zampy"

Leichttraktor Rheinmetall 1930 Kit ICM - Scala 1/35

Germania 1931

Nel maggio 1928 la Germania avviò un programma per la costruzione di carri armati leggeri, prendendo spunto dalle esperienze maturate con gli LK I e LK II risalenti al periodo 1918-1919; ad ottobre vennero contattate le fabbriche Krupp AG e Rheinmetall-Borsig e a ognuna fu richiesto un prototipo di un veicolo blindato dal peso contenuto, mosso da cingoli, e basato su un telaio che all'occorrenza potesse fungere anche da trattore, mezzo da trasporto oppure piattaforma per semovente d'artiglieria armato di un cannone da 37 mm. Le due aziende riunirono un'unica squadra tecnica che si mise subito al lavoro su quattro prototipi, entrambi dotati di un motore Daimler-Benz per autocarri e manovrati da un equipaggio di 4 uomini: la costruzione dei quattro blindati ebbe termine ad aprile e maggio del 1930. Una fonte afferma invece che i veicoli della Rheinmetall furono i primi a essere consegnati nel maggio 1930, mentre i due carri della Krupp furono pronti soltanto tra il 1931 e il 1932.

  

  

 

Tutti gli esemplari ricevettero la denominazione ufficiale di Leichttraktor Versuchskonstruktion 31, ovvero "trattore leggero, modello di prova 31": era un espediente per nascondere la reale natura del progetto sotto le sembianze di un trattore d'artiglieria. I quattro veicoli vennero dunque trasportati in Unione Sovietica e testati con successo nella scuola di Kama durante il mese di giugno del 1930, ma non vennero mai considerati mezzi adatti a situazioni di combattimento reale. Tra il 1931 e il 1932 la Rheinmetall si dedicò a un'opera di riqualificazione dei due prototipi riprogettando il sistema di sospensioni e adottando nuovi cingoli; tuttavia questi miglioramenti destarono un interesse limitato nei vertici militari
Nel 1931 il governo tedesco piazzò un ordine di 289 esemplari del VK-31 ma l'anno successivo disdisse l'intero lotto richiesto, in quanto erano in fase di sviluppo progetti più promettenti come quello del Panzer I. In totale furono dunque prodotti soltanto 4 modelli sperimentali del carro.

  

  

Buon Modellismo a Tutti

Roberto Cimarosti "Cima"

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