La Musashi, dal nome dell'antica provincia giapponese di Musashi, fu una nave da battaglia della Marina imperiale giapponese, e fu la seconda e ultima nave della classe Yamato a essere completata come nave da battaglia. Assieme alla nave gemella, la Yamato, faceva parte della più grande, pesante e potente classe di navi da battaglia mai costruite.
Consegnata il 5 agosto 1942, si diresse all'arcipelago di Truk, dove divenne la nave ammiraglia dell'ammiraglio Isoroku Yamamoto. Dopo la sua morte avvenuta il 18 aprile 1943, la Musashi trasportò in Giappone le sue ceneri. Fece ritorno a Truk il 5 agosto 1943 e vi rimase fino al 10 febbraio 1944. La sua unica attività in questo periodo fu un'uscita verso le isole Marshall, durante la quale non incontrò alcuna forza nemica. Il 29 marzo 1944 fu colpita da un siluro del sommergibile USS Tunny e dovette ritornare in Giappone per delle riparazioni e delle modifiche al suo armamento antiaereo.

Durante la battaglia del Golfo di Leyte, assieme alla Yamato, fece parte della forza centrale del viceammiraglio Takeo Kurita. In questa battaglia il 24 ottobre 1944, venne attaccata nel Mare di Sibuyan da aerei delle navi americane: il primo contatto con gli aerei nemici avvenne alle 10:27, quando otto bombardieri SB2C Helldiver provenienti dalla USS Intrepid attaccarono la nave con bombe da 227 kg. Ondata dopo ondata, gli attacchi dalle navi USS Intrepid, USS Essex e USS Lexington centrarono la nave con 17 bombe e 20 siluri. La Musashi si rovesciò a sinistra e affondò alle 19:25 del 24 ottobre, portando con sé più di 1000 dei suoi 2399 membri dell'equipaggio, 1376 uomini vennero soccorsi dalle cacciatorpediniere Kiyoshimo e Shimakaze.
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Andrea Masiero
Nato nell'odierno Montana a metà degli anni 1820, Piccolo Lupo divenne un famoso capo dei Cheyenne settentrionali e guidò un gruppo di guerrieri nel corso delle guerre delle Northern Plains. Combatté la guerra di Nuvola Rossa e la guerra del Bozeman Trail, che durò dal 1866 al 1868. Come capo firmò il trattato di Fort Laramie del 1868.
Fu scelto come uno dei capi anziani nel consiglio dei quarantaquattro, un onore nella cultura Cheyenne.
Non partecipò alla battaglia del Little Bighorn, ma partecipò agli eventi che precedettero e seguirono quello scontro. Alcuni ricognitori del suo accampamento trovarono del cibo abbandonato da Custer, e furono osservati dai ricognitori statunitensi. La cosa fu raccontata a Custer, il quale pensò di aver trovato il principale accampamento Sioux e Cheyenne sul Little Bighorn, ordinando subito un attacco per evitarne la fuga. Dopo la battaglia Piccolo Lupo giunse e fu catturato e quasi ucciso dagli infuriati Sioux, i quali sospettavano che fosse una spia dei bianchi. Solo dopo aver tenacemente negato ogni sua complicità nell'attacco gli fu salvata la vita.
Dopo la sconfitta di Stella del Mattino ad opera del colonnello Ranald Slidell MacKenzie nel novembre 1876, Piccolo Lupo fu obbligato a recarsi in una riserva del territorio indiano in Oklahoma. Attorno al 1878 lui e Stella del Mattino guidarono quasi 300 Cheyenne dalla riserva di Fort Reno, Oklahoma, attraverso Kansas, Nebraska e territorio del Dakota fino al territorio del Montana, loro terra natale.
Durante il viaggio evitarono le unità di cavalleria statunitense che cercavano di catturarli. I due gruppi si divisero dopo aver raggiunto il Nebraska, e mentre il gruppo di Stella del Matino fu obbligato ad arrendersi nei pressi di Fort Robinson, quello di Piccolo Lupo proseguì fino al Montana dove gli fu infine permesso di restare.
Piccolo Lupo in seguito divenne un ricognitore dell'esercito statunitense sotto al generale Nelson Miles.
Negli ultimi anni visse nella riserva indiana dei Cheyenne settentrionali, dove morì nel 1904. Fu sepolto nel cimitero di Lame Deer.
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Stefano Bettin
Il progetto (curato da Walter Blume e Hans Rebeski) prese il via nei primi mesi del 1941 e consisteva in un monoplano ad ala alta con i motori (due dei nuovi motori a reazione Junkers Jumo 004 in fase finale di sviluppo) alloggiati in gondole poste sotto le semiali. La cabina di pilotaggio era completamente vetrata e situata all'estrema prua della snella fusoliera. Queste caratteristiche portarono a considerare inizialmente l'utilizzo di un sistema per il decollo basato su un supporto triciclo sganciabile, mentre l'atterraggio sarebbe avvenuto su pattini montati sul ventre della fusoliera e sotto le gondole dei motori.
Il ritardo nella consegna dei primi motori, malgrado due prototipi dell'aereo fossero già stati completati tra la fine del 1941 e l'inizio del 1942, fece sì che il primo volo potesse avere luogo solo nel giugno del 1943.
Fin dai primi tempi l'Ar 234 mostrò eccellenti caratteristiche di volo mentre non si manifestarono grossi difetti. I prototipi (Versuch) V6 (W.-Nr.130 006, GK+IW) e V8 (W.-Nr.130 008, GK+IY), vennero dotati sperimentalmente di 4 motori BMW 003 A-0, posizionati rispettivamente in quattro gondole singole o due gondole accoppiate. Anche successive versioni furono progettate con questa configurazione per incrementarne le prestazioni. Nel marzo del 1944 volò il prototipo V9 (W.-Nr.130 009, PH+SQ), le cui caratteristiche furono quelle utilizzate per la serie di maggiore produzione (la Ar 234 B) che, per la prima volta, era munita di carrello di atterraggio retrattile, di tipo triciclo anteriore.
Dotati di motori Junkers Jumo 004 B, i primi Ar 234 furono consegnati ai reparti operativi a partire dal giugno 1944.
Sia come bombardiere, sia come ricognitore, era quasi impossibile da intercettare per i caccia alleati ma, come tutti i velivoli tedeschi costruiti nella fase finale della seconda guerra mondiale, entrò in scena troppo tardi per cambiare il corso del conflitto. Un Arado 234 fu l'ultimo aereo della Luftwaffe a volare sull'Inghilterra, nell'aprile 1945.
Sebbene ostacolati dalla carenza di carburante, questi aerei giocarono un ruolo importante su tutti i fronti europei durante gli ultimi mesi del conflitto. In totale vennero consegnati 210 esemplari escludendo i prototipi, le versioni con quattro motori e un esemplare rimasto incompiuto che avrebbe dovuto avere un'ala più ampia.
Comunemente conosciuto come Blitz (lampo in tedesco), in realtà l'appellativo era da riferire solamente alla versione B-2 da bombardamento e non è chiaro se fosse stato formalmente applicato oppure semplicemente derivato dalla contrazione del termine informale "Blitz-Bomber" (traducibile come "bombardiere lampo"). Il termine alternativo con cui si trova anche definito, Hecht ("luccio"), deriva dalla denominazione di una delle unità equipaggiate con il Ar 234, Sonderkommando Hecht.
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Roberto Cimarosti "Cima"
Il Vk 168.01 (P) era un carro armato super pesante basato su una fase intermedia dello sviluppo del "Maus", nello specifico il progetto K.33384, datato 5 ottobre 1942. Nell'estate del 1942, la Porsche ricevette una specifica per un veicolo rivoluzionario con l'armamento più potente e la corazzatura più spessa possibile per tale classe. Il VK 168.01 rappresentava l'ulteriore sviluppo del progetto Mäuschen. La differenza principale era la disposizione frontale della torretta. Il progetto non andò oltre la fase di progettazione.
Il 5 ottobre 1942 la Porsche presentò prospetto. Il 28 ottobre il progetto K.3384 era pronto. La massa del carro armato era stata aumentata di 10 tonnellate rispetto alla versione di fine giugno. La sagoma del carro armato venne modificata radicalmente, conferendogli un nuovo design che sarebbe stato poi ripreso nella versione finale del "Maus". La nuova torretta è dotata di un anello più grande la quale venne posizionata nella parte anteriore del carro. Lo scafo assomigliava a una scatola con corazza anteriore e posteriore inclinate, mentre i lati diventavano verticali. Nello scafo era presente un nuovo supporto per mitragliatrice.
Grazie allo scafo più lungo e pesante, vi erano 8 ruote per lato. Per facilitare il movimento, un set di due cingoli montati parallelamente, aumentano la superficie di appoggio, sostituendo così il cingolo singolo più stretto, come sul Vk 40.01 (P). Il VK 168.01 (P) giustifica pienamente la sua classificazione nella classe dei carri armati superpesanti. Il davanti era protetto da una corazza da 180 mm a livello dello scafo e da 230 mm a livello della torretta. All'epoca, quasi nessun proiettile anticarro era in grado di penetrare una simile corazza. Grazie ai suoi robusti lati, dotati di schermi aggiuntivi che coprivano i doppi binari, il VK 168.01 (P) riusciva ad assorbire i danni in modo ancora più efficace, effettuando uno spostamento obliquo. Lo stesso valeva per la torretta
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Paolo Baldoin "Paul Stainer"
L'L6/40 fu un carro armato leggero italiano utilizzato durante la seconda guerra mondiale, prevalentemente dal Regio Esercito che lo impiegò in tutti i teatri di guerra.
Sebbene fosse sotto molti aspetti un veicolo efficiente nella sua categoria, l'L6/40 fu considerato, in linea generale, un mezzo nato "vecchio", sia per quanto riguardava l'armamento che la corazzatura. Non riuscì infatti a svolgere adeguatamente i ruoli per cui era stato creato, ovvero ricognizione ed appoggio alla fanteria e talvolta, per mancanza di mezzi più adatti fu utilizzato anche come carro di rottura, cosa assurda per un carro così poco corazzato. Per quanto riguarda gli altri ruoli per cui venne concepito, ossia ricognizione e supporto per fanteria, era parzialmente adeguato al primo perché veloce e di piccole dimensioni, mentre era inverosimile potesse adempiere al secondo, anche perché era penalizzato dalla dottrina di impiego in uso allora nel regio esercito.
Fu usato dal Regio Esercito praticamente in ogni fronte della seconda guerra mondiale dove erano coinvolte le forze italiane: in Africa settentrionale, al fronte orientale con l'ARMIR, nei Balcani con compiti di contrasto alle operazioni della resistenza jugoslava (alcuni vennero poi catturati dai tedeschi dopo l'8 settembre 1943 e riutilizzati) e in Italia contro le truppe tedesche, che ne catturarono un certo numero per riutilizzarli direttamente con la denominazione PzKpfw 733(i) o per fornirli ai reparti della RSI.
A partire dal 1943 la torretta del carro fu usata sull'autoblindo SPA-Viberti AS43.
L'Esercito Italiano lo utilizzò fino ai primi anni cinquanta., così come i Reparti celeri della Pubblica Sicurezza
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Roberto Cimarosti "Cima"
Lo Hetzer, nome famoso ma improprio per indicare lo Jagdpanzer 38(t), è stato un cacciacarri leggero di concezione tedesca ed utilizzato principalmente dai reparti dello Heer durante le fasi finali della Seconda guerra mondiale. Basato sullo scafo del Panzer 38(t), fu realizzato, a partire dal 1944, in 2 584 unità, prodotto nel Protettorato di Boemia e Moravia durante e in Cecoslovacchia dopo la conclusione del conflitto. Nel dopoguerra equipaggiò la Československá lidová armáda, l'esercito popolare cecoslovacco, e l'Esercito svizzero.
Il mezzo venne provato con vari armamenti, come l'obice da 149 mm, e ancora più interessante, sistemando le armi direttamente sulla piastra dello scafo, senza congegno di recupero, cosa che semplificò la produzione del veicolo e migliorò lo spazio interno. Il mezzo base era stato sottoposto anche alle prove come mezzo da combattimento per una squadra di fanteria, totalmente cingolato, protetto, con una mitragliera da 20mm sistemata sulla sommità. L'idea non fu realizzata per mancanza di risorse. Dell'Hetzer vennero prodotte anche versioni speciali, come quella da recupero, senza cannone, e quella del tipo lanciafiamme. Essi erano rispettivamente il Bergepanzer 38(t) e il Flammpanzer 38(t).
L'Hetzer combatté nell'ultimo anno e mezzo di guerra. Il mezzo era, nonostante la scomodità che aveva se comparato a veicoli con scafo aperto, molto temibile e molto temuto. La sagoma bassa e sfuggente era difficilmente visibile fino a quando non apriva il fuoco, mettendo entro 1 km di raggio in pericolo i carri nemici. Inoltre era dotato di una discreta mobilità (inclusa una notevole autonomia per essere un mezzo a benzina) e una meccanica affidabile.
La prima unità a ricevere degli esemplari di Hetzer furono i Panzerjägerabteilungen 731 e 743 e la 15. e 76. Infanterie-Division. Di seguito fu affidato a tutte le formazioni di cacciacarri.
L'Hetzer servì, in seguito, nelle file dell'Esercito Cecoslovacco. Nel 1946 l'Esercito svizzero comprò 158 esemplari dalla Cecoslovacchia, sotto la denominazione di G13.
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Luca Zampieri "Zampy"
L'Aermacchi MB-326 è un aereo da addestramento avanzato, biposto, monomotore a getto e monoplano ad ala bassa, sviluppato dall'azienda aeronautica italiana Aermacchi nei primi anni cinquanta.
Progettato dall'ingegner Ermanno Bazzocchi (M=Macchi, B=Bazzocchi) per equipaggiare i reparti da addestramento dell'Aeronautica Militare, dal modello originale ne venne anche sviluppata una variante da attacco al suolo (la K - combat) che riscosse un discreto successo commerciale per il mercato dell'aviazione militare da esportazione.
È stato l'aviogetto italiano più venduto nel dopoguerra, entrando in 800 esemplari nell'armamento di 12 nazioni, tra le quali Argentina, Brasile, Repubblica Democratica del Congo, Ghana, Paraguay, Sudafrica, Togo, Tunisia, Emirati Arabi Uniti, Zambia.
Il prototipo, spinto da un turbogetto Viper 8 da 7,78 kN (793 kgf; 1 749 lbf) compì il primo volo dalla pista di Lonate Pozzolo il 10 dicembre 1957, ai comandi del capo collaudatore della ditta Guido Carestiato. Le prove di volo che seguirono rivelarono però che il modello era sottopotenziato, così che l'azienda, nel completare il secondo prototipo, lo equipaggiò con la più potente versione Viper 11 da 11,12 kN (1 134 kgf; 2 500 lbf) di spinta.
Il velivolo ha volato con l'Aeronautica Militare Italiana con la Scuola Volo Basico iniziale Aviogetti (212°, 213° e 214° Gruppo volo), il Centro Sperimentale Volo (poi Reparto Sperimentale Volo con il suo 311° Gruppo Volo) e con varie Squadriglie Collegamento inquadrate nei vari Stormi di Volo.
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Roberto Cimarosti "Cima"
Il Panzerwerfer era un sistema lanciarazzi multiplo tedesco su scafo semicingolato, utilizzato dalla Wehrmacht durante la seconda guerra mondiale. Questo sistema d'arma fu realizzato in quattro versioni, che differivano unicamente per lo scafo semovente blindato utilizzato.
I mezzi della famiglia Maultier vennero usati sia come mezzi logistici, ma anche come vettori d'arma e veicoli da combattimento blindati, perché i tedeschi, non paghi di avere realizzato un mezzo efficace, vollero svilupparne un modello ancora più interessante.
Infatti serviva un sistema per utilizzare al meglio le batterie di lanciarazzi Nebelwerfer, nati come potente arma nebbiogena e via via impiegati, sempre di più, dall'artiglieria pesante. I razzi però avevano bisogno di lanciatori specifici, per seguire le unità di prima linea in azioni di movimento, e cambiare posizione subito dopo il lancio (uno dei difetti del Nebelwerfer era la lunga scia di fumo che lasciava al momento del lancio, rendendo chiaramente visibile la posizione della batteria).
Vennero così usati semicingolati blindati già in servizio nelle forze armate tedesche, quali il Sd.Kfz. 4 ed il schwerer Wehrmachtschlepper. Dotati di cabina e motore corazzati, con un lanciarazzi da 150 mm a 10 tubi di lancio, brandeggiabile di 270° ed elevabile di 80°, e sparava i suoi razzi in un'unica salva. Una mitragliatrice leggera era anche disponibile. Fu usato fino alla fine della guerra come Maultier Panzerwerfer, soprattutto sul fronte orientale. Dal 1943 i Maultier si dimostrarono dei veicoli molto adatti per loro utilità come mezzi logistici e da trasporto. Una versione del lanciarazzi Maultier era invece priva dei tubi Nebelwerfer, ma con razzi di riserva per le batterie, che altrimenti non avrebbero potuto operare a lungo senza mezzi di rifornimento.
Buon Modellismo a Tutti
Roberto Cimarosti "Cima"