Lo Shogunato Kamakura, o "di Kamakura", è il nome dato alla dinastia di shōgun del clan Minamoto che governarono il Giappone dal 1192, anno in cui Minamoto no Yoritomo ricevette tale titolo dall'imperatore Go-Toba, al 1333, anno in cui Kamakura fu espugnata dalle truppe di Nitta Yoshisada, il reggente Hōjō Moritoki e il reggente claustrale Hōjō Takatoki si tolsero la vita, e l'ultimo signore di Kamakura, il principe Morikuni, abdicò ritirandosi a vita monastica, e morendo poco dopo.
La dinastia deve il suo nome alla città di Kamakura, dove fu insediato il governo dello shōgun.
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Andrea Masiero
l P40, o P26/40, era un carro italiano da 26 tonnellate nominali e ideato a partire dal 1940. Esso era stato pensato considerando che i carri cosiddetti "medi" non sarebbero potuti a lungo essere all'altezza dei carri armati nemici, i cui esemplari medi tendevano a pesare anche oltre 20 tonnellate.
Il mezzo venne sviluppato soltanto dopo che fu decisa l'interruzione del progetto di sviluppo del carro armato celere sahariano.
Il veicolo aveva una tecnica abbastanza avanzata, la cui parte migliore era costituita da un motore Diesel che, nella sua ultima elaborazione, aveva una potenza di ben 420 hp, al pari dei carri diesel delle altre potenze. Questo motore, progettato ex novo dalla FIAT, era però afflitto da considerevoli problemi di sviluppo che non furono mai completamente risolti.L'armamento era derivato dal cannone campale Ansaldo da 75 mm Mod. 37, lungo 34 calibri. Le munizioni erano 63 da 75 mm e solo 600 per le due mitragliatrici Breda Mod. 38 da 8 mm, una coassiale e una contraerea.
Le fonti della Ansaldo dicono che è stato prodotto solo un P40 prima del 30 luglio 1943. Alcuni documenti tedeschi parlano invece di vari carri completi catturati all'armistizio di cui uno presentava delle modifiche ai portelli della torretta. Questo fu mostrato a Hitler il 20 ottobre 1943 al balipedio di Arys.
Il carro risentiva di alcune soluzioni ormai superate, come l'assenza del terzo uomo in torretta, le corazze rivettate, le sospensioni a balestra, che non gli permettevano in pratica di superare i 40 km/h. Circa 100 veicoli vennero realizzati sotto il controllo tedesco, che credevano il P40 l'unico carro armato italiano degno di produzione, ma parte dei quali (probabilmente 40 o 49) senza motore, per essere utilizzati come fortini lungo la Linea Gotica.
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Baldoin Paolo "Paul Stainer"
L'Ilyushin Il-28 (in cirillico Ильюшина Ил-28) era un bombardiere leggero bimotore a getto ad ala alta e dritta progettato dall'OKB 39 diretto da Sergej Vladimirovič Il'jušin e sviluppato in Unione Sovietica alla fine degli anni quaranta. Impiegato dagli anni cinquanta dalla Voenno-vozdušnye sily (VVS), l'Aeronautica militare dell'Unione Sovietica, rimase operativo in patria fino agli anni ottanta ma viene ancora utilizzato, anche se in ruoli secondari, in alcune delle forze aeree che lo hanno impiegato tra cui quelle filosovietiche.
L'Il-28 venne identificato inizialmente, con lo standard USAF/DoD, come "Type 27" per poi assumere il nome in codice NATO Beagle, tuttavia la variante da addestramento Il-28U venne identificata "Type 30" con le convenzioni USAF/DoD e Mascot con quelle NATO.
L'aereo entrò in servizio attorno al 1950, e gli statunitensi ad un certo punto temerono che esso potesse essere impiegato in Corea contro di loro.
L'Il-28, grazie alle sue capacità "pre-strategiche", venne schierato anche a Cuba durante la crisi del 1962, e Fidel Castro andò poi su tutte le furie quando i sovietici, nel ritirare la loro delegazione, portarono indietro anche tali bombardieri, ritenuti un elemento fondamentale per la difesa cubana.
Nel frattempo, durante gli anni cinquanta, l'Il-28, praticamente il bombardiere tattico standard dei sovietici, come a suo tempo lo fu lo Il-2, venne prodotto in grandi quantità, e oltre che in URSS ben presto venne prodotto anche in alcuni paesi esteri, come la Polonia e soprattutto la Cina (H-5), che lo tennero a lungo in servizio.
Stupisce che la macchina, molto veloce e manovriera, non sia stata schierata anche come intercettore ognitempo, grazie allo spazio nel muso per un radar, mentre già nella sua originale configurazione esso era abbastanza valido come eventuale intercettore di circostanza, anche per la sua lunga autonomia.
Il più diretto equivalente dell'aereo era il Canberra inglese, macchina d'alta quota e talmente veloce e prestante da essere lasciata, analogamente a quanto avvenne con il Mosquito, priva d'armamento difensivo. Tuttavia, l'Il-28 era maggiormente valido, con la sua ala piccola e il suo armamento, come bombardiere a media e bassa quota, e la leggera inferiorità di velocità era ben compensata dalla minacciosa torretta caudale e i temuti cannoni da 23 mm che essa deteneva.
L'Il-28 non riuscì a soppiantare il Tu-14 nel ruolo di bombardiere-ricognitore navale, malgrado fosse più veloce ed agile, anche se meno dotato in autonomia. I suoi impieghi vennero tuttavia estesi anche a questo settore con versioni dotate di siluri o addirittura bombe teleguidate.
La versione da addestramento, dato l'abitacolo normale monoposto, venne realizzata e la NATO diede allo Il-28U il nome in codice "Mascot". Per il resto, il velivolo rimase quasi immutato, un po' come accadde allo Il-4.
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Enrico Maina "The Coach"
Il Curtiss-Wright CW-21 fu un caccia monomotore ad ala bassa sviluppato dall'azienda aeronautica statunitense Curtiss-Wright nei tardi anni trenta.
Il progetto per questo caccia, il Model 21, o CW-21, venne realizzato da un team guidato dall'ingegnere capo Willis Wells. Era un aereo interamente metallico ad ala bassa monoplano con carrello di atterraggio retrattile all'indietro in carenature sotto l'ala. La struttura della fusoliera era una semi-monoscocca con una forma nettamente conica alle spalle della cabina del pilota. Il motore era un radiale a nove cilindri Wright R-1820 raffreddato ad aria con circa 1 000 CV di potenza.
Era stato progettato per montare a scelta due diverse combinazioni di due mitragliatrici Browning, da 7,62 millimetri o da 12,7 millimetri, montate nella parte anteriore della carlinga e sincronizzate per sparare attraverso l'elica. Per risparmiare peso, e di conseguenza migliorare le prestazioni, non era prevista la corazzatura né l'utilizzo di serbatoi autosigillanti.
Il primo prototipo volò il 22 settembre 1938.
Nell'aprile del 1940, il governo olandese, alla disperata ricerca di moderni aerei da combattimento, emise un ordine per 24 CW-21B. Dopo la battaglia dei Paesi Bassi, che portò l'esercito olandese ad arrendersi agli invasori tedeschi il 15 maggio 1940, l'ordine per i CW-21B (insieme con una serie di caccia Curtiss Modello 75 e di addestratori Curtiss-Wright CW-22), fu trasferito al governo delle Indie Orientali Olandesi (oggi Indonesia), per la Militaire Luchtvaart van het Koninklijk Nederlands Indisch-Leger (ML-KNIL).
I 24 CW-21B furono riuniti presso campo d'aviazione Andir, a Bandung, sull'isola di Giava nel febbraio del 1941, equipaggiando il Vliegtuiggroep IV, Afdeling 2 ("Gruppo Aereo IV, 2º Squadrone"; VLG 2-IV). La costruzione leggera del Curtiss-Wright diede luogo a problemi strutturali e diversi aerei furono bloccati da fessurazioni al carrello d'atterraggio ed erano ancora in attesa di riparazione l'8 dicembre 1941 quando iniziò la guerra con il Giappone.
Con la sua struttura leggera, il motore radiale, il basso carico alare, la protezione limitata per il pilota e la mancanza di serbatoi di carburante autosigillanti, il CW-21B fu il caccia alleato più simile ai caccia avversari giapponesi. Aveva una capacità di salita superiore al Nakajima Ki-43 ("Oscar") e al famoso Mitsubishi A6M ("Zero"); l'armamento era paragonabile a quello del Nakajima, ma inferiore ai cannoni dello Zero.
Il 2-VLG IV rivendicò quattro vittorie durante la campagna delle Indie olandesi, ma la ML-KNIL fu presto sopraffatta dal numero preponderante di aerei giapponesi. Quasi tutti i suoi caccia furono ben presto persi in combattimento o distrutti a terra.
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Roberto Cimarosti "Cima"
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Origine del nome
Il termine è l'abbreviazione dell'espressione Nadovessioux, termine francese originato dalla deformazione di Nādowessi (piccoli serpenti), ovvero l'appellativo con il quale questo gruppo veniva spregiativamente indicato dalla tribù degli Ojibwa, chiamati impropriamente dai bianchi Chippewa.
Il termine indicava le popolazioni che vivevano nelle grandi pianure centrali degli Stati Uniti e del Canada meridionale, dal fiume Platte al monte Heart e dalle foreste del Minnesota fino al Missouri e alle montagne note come Bighorn.
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L'Alleanza Sioux
L'Alleanza Sioux era originariamente costituita da sette distinte entità (thuŋwaŋ o nella forma europeizzata tonwan) - formanti un'assemblea che in antico era chiamata "Sette Fuochi del Consiglio" (Očhéthi Šakówiŋ) - denominate:
Mdewákhathuŋwaŋ (Mdewakanton, "Villaggio del Lago dello Spirito"[8], il gruppo originario di tutta la nazione sioux)
Waȟpékhute (Wahpekute, "Arcieri delle foglie")
Sisíthuŋwaŋ (Sisseton, probabilmente "Villaggio dei territori di pesca")
Waȟpéthuŋwaŋ (Wahpeton, "Villaggio delle foglie")
Iháŋktȟuŋwaŋ (Yankton, Villaggio alla fine, o in fondo)
Iháŋktȟuŋwaŋna (Yanktonai, "Piccolo villaggio alla fine, o in fondo")
Thítȟuŋwaŋ (Teton, probabilmente "Che si accampano, o vagano, nella prateria")
Le prime quattro tribù, che costituivano la sezione orientale della nazione sioux, si qualificavano come "Isáŋyathi", poi resi dagli europei come Santee, e possono essere definiti come "dakota orientali".
Yankton e Yanktonai costituivano i gruppi centrali e, per oltre centocinquanta anni, sono stati loro erroneamente attribuiti il dialetto e il nome di nakota: in effetti si sono sempre riferiti a sé stessi come dakota (qualificandosi, all'interno dei dakota, come "Wičhíyena") e possono quindi essere definiti "dakota occidentali" (attualmente parlano il dialetto cosiddetto yankton-yanktonai).
I Teton, che in epoca storica si erano trasferiti, sotto la pressione dei Chippewa (armati dai francesi), dalle grandi foreste alle grandi praterie, costituivano la porzione più occidentale della grande alleanza Sioux e parlavano il dialetto lakota.
I Teton avrebbero poi incarnato, nell'immaginario del mondo occidentale, l'immagine tipica dell'"indiano americano", pur essendo stati protagonisti di una civiltà di necessità, basata sul cavallo e sulla caccia al bisonte che durò in effetti soltanto pochi decenni. Una volta separati, di fatto (ma sempre conservando la memoria dell'origine comune), dai gruppi più orientali, i Teton ricrearono al loro interno la originaria suddivisione nei Sette Fuochi del Consiglio
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La collocazione della Nazione
Sono pervenute pochissime informazioni sui Sioux nei tempi precedenti all'arrivo degli europei nel continente americano. Secondo alcuni studi, alla fine del Cinquecento queste popolazioni dovevano essere stanziate in un'area corrispondente circa all'attuale Stato della Carolina del Nord e un centinaio di anni dopo, probabilmente a causa della costante minaccia rappresentata dalla vicina e potente Lega degli Irochesi, essi sembra abbiano dovuto risalire il corso del fiume Missouri, fino a stabilirsi nelle foreste a ovest dei Grandi Laghi, dove sarebbero rimasti almeno per tutto il Seicento.
A causa della crescente pressione dei loro nemici Ojibway o Chippewa, i Sioux (con l'eccezione del sottogruppo Santee, rimasto nelle foreste del Minnesota orientale fino al 1862) si spostarono nelle praterie, nel corso di un lungo processo che li portò a dedicarsi a una vita nomade sulle piste del bisonte, entrando così a far parte del numero di tribù che dettero vita alla breve ma intensissima Cultura della Prateria. Il processo di spostamento nelle praterie venne accelerato dalla comparsa del cavallo che, estintosi nel continente nordamericano durante il Pleistocene, vi fece ritorno con i conquistadores spagnoli.
L'attività economica e l'alimentazione
In origine probabilmente i Sioux erano agricoltori seminomadi ma ben presto si trasformarono in cacciatori nomadi, spesso al seguito delle mandrie di bisonti. Da questo animale si ricavavano carne e pelli.
Accanto alla caccia, l'attività principale degli uomini era la guerra. I Sioux sono passati alla storia per la loro grande resistenza all'invasione degli "uomini bianchi". Per i Sioux, la guerra era per molti versi un gioco basato sul valore e sul coraggio: in certi casi essi si limitavano a toccare l'avversario per simboleggiarne l'uccisione, lasciandolo non di rado in vita; il prestigio infatti si conquistava con le gesta di puro valore e ogni "colpo" ne era la dimostrazione, reso esplicito da una penna d'aquila fra i capelli.
La vita sociale e la cultura materiale
Le donne si occupavano dei bambini, dell'orto e soprattutto della casa e l'etica sessuale era molto rigida ed era biasimata ogni forma di violazione dei relativi codici comportamentali, anche se ampiamente praticata era la fuga prematrimoniale allorché un matrimonio era avversato dalle famiglie degli interessati.
L'abitazione dei Sioux, il tipi, è una tenda conica di 4/5 metri di diametro coperta di pelli di bisonte. Da 10 a 20 pertiche di legno erano alzate sul terreno in un circolo, legate insieme all'estremità superiore e coperte da pelli di bisonte cucite insieme; in alto rimanevano due aperture mobili per far uscire all'occorrenza il fumo. Un foro ovale in basso, posizionato ad est, consentiva l'accesso; l'interno aveva il focolare nel centro e tutto intorno sedili e letti di pelliccia. Sempre all'interno un controtelo fungeva da isolante per l'umidità, per il freddo e il caldo. Il posto riservato al capofamiglia era di fronte all'entrata, quindi ad ovest, la zona più protetta dalle correnti d'aria. A sud stava la donna; qui teneva tutti gli oggetti che le servivano per i lavori domestici, ed anche tutti i letti della famiglia. A nord si trovavano varie suppellettili e i giacigli degli ospiti.
Il tipi era fabbricato dalla donna, portava spesso decorazioni esterne e, perfezionato nei secoli, era molto leggero e semplice da montare e smontare. Anche il tipi, come il guerriero a cavallo che caccia i bisonti, fa parte dell'immaginario creato nel mondo occidentale riguardante gli "indiani d'America".
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La spiritualità
La loro spiritualità si basa sull'idea di wakan, espressione della forza soprannaturale che permea l'universo, le persone e le cose, di cui il dio Wakan Tanka era la massima incarnazione. Altra espressione per indicare Wakan Tanka è Ateyabi, ossia "Dio Padre".
Sue emanazioni sono i quattro Spiriti superiori: Skan, il Cielo, protettore della potenza creatrice, giudice degli uomini e degli stessi Spiriti, una cui figlia era Anog Itè; Wi, il Sole, protettore del coraggio, della generosità e della lealtà; Maka, la Terra, protettrice della vita, e Inyan, la pietra, protettrice dell'autorità e del genio artistico. Tutte queste ipostasi di Wakan Tanka sono responsabili dell'equilibrio dell'universo.
Vengono poi gli Spiriti Associati, complementari degli Spiriti Superiori: a Skan era infatti associato Tate, il Vento; a Wi era associata Hanwiyanpa, la Luna; Wohpe era collegata a Maka e rappresentava la figlia del Sole e della Luna, protettrice dell'amore e della pace e infine a Inyan era associato Wakinyan, il Tuono che segnala la potenza della natura.
Infine gli Spiriti Imparentati: lo Spirito del Bisonte, lo Spirito dell'Orso i Quattro Venti e il Turbine.
La vita Spirituale delle comunità non prevede sacerdoti o persone che si elevino rispetto agli altri, perché viene ritenuto dannoso dare in mano ad un solo uomo un potere così grande. La Spiritualità è basata su un profondo rapporto di rispetto e armonia con gli elementi, tutti in relazione tra loro.
Nelle cerimonie svolgevano un ruolo fondamentale alcuni oggetti carichi di valenze simboliche, ritenuti indispensabili per il corretto svolgimento dei riti. Grande importanza avevano ad esempio le piume: il copricapo ricoperto di tali ornamenti aveva lo scopo di dimostrare l'audacia di chi l'indossava; da ricordare anche i guanti coperti da becchi d'uccello che, vibrando durante le danze, producevano un suono tintinnante che ben si accordava al ritmo del tamburo. Le maschere completavano l'abbigliamento cerimoniale, permettendo allo sciamano di trasformarsi idealmente nell'essere che voleva rappresentare e favorendo l'estasi. Le danze spesso erano accompagnate dal tamburo, strumento destinato a facilitare il collegamento con l'altro mondo, e dal flauto a sei buchi, quattro che rappresentavano i venti e due la terra e il cielo.

Le grandi rivolte dei Sioux
Nel 1862, dopo un fallito raccolto e prima dell'inevitabile carestia invernale, il pagamento federale tardò a giungere. I trafficanti locali non vollero concedere ulteriori crediti ai Santee e l'agente federale della riserva disse ai Santee che erano 'liberi di mangiare l'erba oppure i loro escrementi'. Come conseguenza, il 7 agosto 1862 cominciò la rivolta dei Sioux, allorché pochi Santee uccisero un agricoltore bianco e gran parte della sua famiglia, innescando ulteriori attacchi contro gli insediamenti dei bianchi lungo il fiume Minnesota. I Santee aggredirono poi l'emporio e l'agente federale della riserva fu trovato ucciso con la sua bocca riempita di erba. Nessuno conosce l'esatto numero, ma furono massacrati fra i 500 e i 1000 civili: uomini, donne e bambini, in maggioranza immigrati tedeschi, fin quando le forze dello Stato e quelle federali (circa 25000 uomini in tutto) non posero fine alla rivolta. Corti marziali processarono e condannarono a morte per impiccagione 303 Santee per 'crimini di guerra'. Numerose testimonianze di prima mano descrissero razzie e uccisioni di bianchi da parte dei Santee.
Il Presidente Abraham Lincoln commutò la sentenza di morte per 284 di quei guerrieri, convalidando l'esecuzione per impiccagione di 38 Santee il 26 dicembre 1862. La sentenza fu eseguita a Mankato (Minnesota) e rimane tuttora la più ampia esecuzione di massa nella storia giudiziaria degli Stati Uniti.
I Teton si sollevarono, invece, a seguito del massacro degli Cheyenne di Motavato ("Caldaia Nera"), commesso dai "Colorado Volunteers" del colonnello Chivington a Sand Creek (29/11/1864), quando Coda Chiazzata scatenò gli Sichangu e le altre tribù, compresi gli alleati Cheyenne e Arapaho, lungo il fiume Platte, assediando e distruggendo Julesburg, nel Colorado, (07/01/1865) e riducendo a mal partito le truppe statunitensi nell'intero territorio prima di accondiscendere al Trattato di Fort Laramie del 1866.
Una rivolta di non minore importanza, condotta dai Teton nella regione del Powder River e lungo il Bozeman Trail, fu quella chiamata "di Nuvola Rossa", la quale coinvolse nuovamente anche Cheyenne e Arapaho, e che si concluse, in termini favorevoli per gli indiani, con l'abbandono e la distruzione dei forti dislocati lungo la "Pista dei ladri" e col Trattato di Fort Laramie del 1868.
L'ultima grande azione di resistenza condotta dai Teton Sioux (ma non senza il contributo dei Cheyenne e perfino dell'ultimo gruppo non pacificato dei loro vecchi alleati dell'Est, i Santee guidati dall'irriducibile Inkpaduta) ebbe luogo tra il 1875 e il 1876, e culminò nella battaglia del Little Bighorn, una delle più grandi vittorie militari ottenute dagli indiani americani sull'esercito statunitense.
Scomparso il bisonte, negli anni successivi, tutti i Sioux furono alla fine costretti nelle riserve e, nel 1890, quattro giorni dopo Natale, sul torrente Wounded Knee il 7º Cavalleria trucidò nella neve e nel ghiaccio un'intera banda di disperati Mineconjou, donne e bambini compresi, e ponendo così fine alla resistenza dei nativi, o meglio suggellando con un orribile massacro tre secoli di ingiustizie, soprusi e tradimenti da parte degli Stati Uniti d'America.
Lo Jagdpanzer V Jagdpanther (tedesco: "pantera cacciatrice") fu un cacciacarri usato dall'esercito tedesco e, in minor misura, dalle Waffen-SS durante la seconda guerra mondiale. Nel dopoguerra fu utilizzato dall'esercito francese in alcuni suoi reparti corazzati.
Il progetto per la nascita di un cacciacarri pesante fu approvato dall'Heereswaffenamt (l'ufficio degli armamenti per l'esercito) il 3 agosto 1942; esso avrebbe dovuto combinare il nuovo cannone Pak da 8,8 cm allo scafo del carro Panther, all'epoca ancora sotto sviluppo. Il compito della progettazione fu affidato alla Krupp, che espose le caratteristiche tecniche nel nuovo veicolo all'inizio del 1943. Tuttavia, il 15 ottobre 1942, il Reichsminister für Rüstung und Kriegsproduktion Albert Speer decise che il compito della produzione del cacciacarri sarebbe spettata alla Daimler-Benz, il cui inizio era deciso per il luglio 1943. Un ulteriore avvicendamento della fabbrica costruttrice si verificò il 24 maggio, quando per motivi di spazio si decise di trasferire il ruolo di costruttore alla fabbrica Mühlenbau-Industrie A.G. di Braunschweig. In ottobre il primo prototipo (numero di scafo V 101) fu pronto, seguito nel mese successivo da un secondo prototipo, con numero di scafo V 102. Il 29 dello stesso mese il nuovo cacciacarri fu ribattezzato per ordine di Adolf Hitler in Jagdpanther.
Videro il battesimo del fuoco nel giugno 1944: in forza al 559º e 654º schwere Panzerjägerabteilung nel corso della battaglia di Normandia. Presero inoltre parte alla battaglia delle Ardenne ed alle ultime offensive tedesche sul fronte orientale. Nonostante il brandeggio limitato costituisse uno svantaggio nelle battaglie di movimento, lo Jagdpanther si rivelò un mezzo potente e ben protetto. Era in grado di distruggere i carri britannici e statunitensi anche a distanze superiori ai 2.000 metri, ma non fu mai impiegato in quantità sufficienti a costituire una seria minaccia. L'efficienza in battaglia era aumentata dal fatto che l'equipaggio disponeva di un buon sistema intercom e da un adeguato stivaggio delle munizioni. La produzione, che non raggiunse mai le 150 unità mensili richieste, si arrestò nel 1945 a seguito del bombardamento delle fabbriche MIAG e Brandenburg Eisenwerk Kirchmöser che lo costruivano.
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Luca Zampieri "Zampy"
Il centurione (in latino Centurio) era uno dei gradi della catena di comando nell'Esercito Romano, a capo di una centuria, paragonabile ai moderni ufficiali di grado intermedio (come i capitani a capo di una compagnia o i tenenti a capo di un plotone).
Il grado più elevato fra i centurioni di una legione era tenuto dal centurione del primo manipolo della prima coorte, che era detto primus pilus (il termine pilus non ha nulla a che fare con la lancia o con il pilum, il giavellotto romano). Il primus pilus era l'unico dei centurioni ad accedere al gabinetto di guerra di una legione e per questo potremmo dire che è l'unico ruolo assimilabile al concetto moderno di ufficiale. Secondo invece quanto racconta Polibio, al tempo della seconda guerra punica, il centurione che era stato scelto per primo, per ciascuna delle prime tre classi, entrava a far parte del consiglio militare.
In questa sezione elenchiamo i diversi gradi dei centurioni. Questo schema illustra quella che poteva essere l'organizzazione tattica delle varie centurie e delle varie coorti, riferite ai primi secoli dell'Impero romano, a partire dalla riforma augustea dell'esercito romano. Un aspetto molto interessante, che si evidenzia dalla lettura di questa lista, è che restano validi alcuni termini, come princeps e hastatus che in epoca repubblicana indicavano precisamente i tre ordini della struttura manipolare, ma soprattutto la disposizione in triplex acies delle schiere durante la battaglia. Si cominciava così dal Decimus hastatus posterior (l'ultimo in graduatoria), fino al Primus pilus prior (il più alto in grado tra i centurioni, all'interno della stessa legione romana). Il livello successivo a cui poteva aspirare, dopo che era congedato e ammesso all'ordine equestre, era quello di praefectus castrorum.
Molto spesso il centurione non proveniva dalla gavetta degli ordini inferiori: infatti, per molti giovani aristocratici, era il primo grado di una carriera militare. Non c'è da stupirsi, infatti che i centurioni fossero giovani raccomandati e messi a capo di centurie senza alcuna esperienza bellica. L'efficienza dell'organizzazione militare romana era infatti garantita da una scuola militare di altissimo livello in grado di dare degli strumenti teorici sufficienti per debuttare e servire efficacemente in una legione addirittura come tribuno senza avere prima maturato alcuna esperienza.
Buon Modellismo a Tutti
Andrea Masiero
La Patrouille Suisse è la pattuglia acrobatica ufficiale delle Forze Aeree Svizzere. La pattuglia, che vola su 6 Northrop F-5 Tiger II dai colori della bandiera elvetica con una croce bianca sotto l'aereo, ha la propria sede presso l'aeroporto militare di Emmen.
Creata il 22 agosto 1964 per l'Esposizione nazionale svizzera del 1964, la Patrouille Suisse contava inizialmente 4 Hawker Hunter Mk. 58. La pattuglia ebbe subito un grande successo presso il pubblico, il quale, non avendo ancora un nome ufficiale, soprannominò la pattuglia "Patrouille Suisse", prendendo spunto dalla Patrouille de France. Nel ventennio successivo, visto il notevole successo riscontrato, la pattuglia venne ampliata di 2 ulteriori velivoli e venne rafforzato l'addestramento dei piloti. Dopo trent'anni di fedeltà all'aereo britannico, la Patrouille Suisse entra, nel 1994, in una nuova dimensione aeronautica scegliendo un successore più rapido e maneggevole, il caccia statunitense Northrop F-5 E Tiger II in una livrea rossa e bianca.
Gli aerei utilizzati per la Patrouille Suisse sono stati due; inizialmente gli Hawker Hunter e poi i Northrop F-5 Tiger II. Quando la pattuglia fu creata vennero messi a disposizione 4 aerei dall'aviazione militare. Grazie al notevole successo riscontrato la pattuglia venne ampliata negli anni successivi fino ad un totale di 6 velivoli. Per la celebrazione del 700º anniversario della Confederazione si decise di cambiare la livrea degli aerei in suo onore, dipingendo di rosso e bianco la parte inferiore delle ali e ponendo al centro una croce bianca a rappresentare la bandiera Svizzera. Nel 1995 tutta la flotta venne sostituita con i nuovi F-5 Tiger II cambiando ulteriormente la livrea degli aerei. Mentre nella parte superiore dell'aereo predomina il bianco con delle parti rosse verso la coda, nella parte inferiore predomina totalmente il rosso, fatta eccezione per una grossa croce bianca a simboleggiare così la bandiera svizzera.
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Roberto Cimarosti "Cima"
Il Macchi M.5 fu un idrocaccia monomotore monoposto italiano costruito dalla Società Anonima Nieuport-Macchi, poi Aeronautica Macchi, a Varese. Era estremamente manovrabile ed agile e ha uguagliato gli aerei non idrovolanti nei combattimenti.
Gli M.5 furono utilizzati da cinque squadroni pattugliatori marittimi come combattenti o come scorta per i convogli, e alcune volte furono imbarcati sulla nave appoggio idrovolanti Giuseppe Miraglia. La 251ª Squadriglia inizia a riceverli dal settembre 1917 come anche la 253ª Squadriglia, la 259ª Squadriglia e la 258ª Squadriglia impiegati dal pontile di Valona sulla Europa (nave appoggio idrovolanti).
La 255ª Squadriglia inizia a riceverli nel novembre 1917 ed al 1º gennaio 1918 ne ha 8. La 260ª Squadriglia nasce sugli M.5 nel novembre 1917, la 263ª Squadriglia nasce con 2 esemplari il 10 novembre 1917 e nel marzo 1918 ne ha 6, la 261ª Squadriglia ai primi di dicembre 1917 e la 254ª Squadriglia al 1º gennaio 1918 ne ha 4. La 262ª Squadriglia nasce alla fine dell'inverno 1918 sugli M.5 e la 256ª Squadriglia inizia a riceverli nei primi mesi del 1918 ed al 1º settembre ne ha 10. La 264ª Squadriglia al 1º giugno 1918 ne ha 4, la 13ª Sezione FBA del Porto di Napoli al 1º giugno 1918 ne ha 2 e la 101ª Squadriglia al 4 novembre 1918 ne ha 5. Verso la fine della prima guerra mondiale, questi idrovolanti furono utilizzati sia dalla United States Navy sia dalla United States Marine Corps. La 263ª Squadriglia di Porto Corsini dal 24 luglio 1918 diventa U.S. Naval Air Station. L'aspirante Charles Hazzaline Hammann, che ottenne la prima Medal of Honor data a un aviatore della marina statunitense, prestò servizio su un M.5. La 307ª Squadriglia è attiva dal 30 novembre 1918 con 12 M.5.
Nel 1923, quando la Regia Aeronautica venne istituita, 65 M.5 erano ancora in servizio, anche se furono tutti demoliti negli anni successivi.
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Luca Zampieri "Zampy"
Armati di scutum e pilum, i legionari potevano gettare nello scompiglio qualunque schieramento nemico. Soprattutto questo tipo il giavellotto, arma da lancio dagli effetti mortali, era in grado di fare la differenza sul campo di battaglia.
Assieme al gladio, il pilum era l’arma più tipica (e terribile) dei legionari. Di origine sannitica o sabellica (lo scrive Virgilio nell’Eneide), era un giavellotto usato nei combattimenti a breve distanza, di peso variabile, che probabilmente veniva scagliato quando l’avversario si trovava a non più di 10 metri di distanza. Come si desume dalle testimonianze archeologiche, ne esistevano di diverse lunghezze, da 1,5 a quasi 2 m. La caratteristica che li accomunava tutti era la punta di ferro dolce, fatta per penetrare gli scudi dei nemici e raggiungere il corpo dell’avversario.
In genere, il lancio dei pila precedeva il combattimento corpo a corpo e creava notevole scompiglio fra le file nemiche, sia per i motivi spiegati sopra, sia per le vittime che provocava. Mentre l’avversario era disorientato, i legionari si lanciavano contro di esso, avendone spesso la meglio, come dimostra anche un passo di Plutarco: «I Romani lanciarono i giavellotti contro i Galli; i loro scudi furono perforati e appesantiti dai giavellotti. Allora abbandonarono le proprie armi e cercarono di strapparle al nemico, tentando di deviare i giavellotti afferrandoli con le mani». Il fatto che la punta del pilum si piegasse aveva anche il vantaggio di renderlo inservibile al nemico, che non poteva rilanciarlo contro lo schieramento romano. Quest’arma risultò spesso vincente, soprattutto in epoca repubblicana, quando i Romani si trovarono ad affrontare avversari come i Galli, i cui fanti combattevano con protezioni del corpo molto leggere o del tutto inesistenti. Venivano prodotti anche pila con la punta appesantita da una sfera di piombo, che rendeva il colpo ancora più micidiale, e non è escluso che l’arma venisse utilizzata anche nei combattimenti ravvicinati. In epoca imperiale, con la diffusione di armature personali decisamente più robuste e con il variare delle tecniche belliche, il pilum cadde in disuso.
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Andrea Masiero